
La “gnosi”, parola che arriva dal greco gnosis, che significa “conoscenza” ‒ e già qui sembra un po’ una promessa, no? ‒, è come una sorta di puzzle cosmico dove si mescolano religioni, miti e filosofie a dimostrare un unico, grande segreto: un principio spirituale, una luce brillante e quasi sfuggente, che è scivolata dentro il nostro mondo come una piccola goccia di divinità. E l’unico modo per ritrovarla, come un detective dell’anima, è attraverso la “vera” conoscenza, quella che ti fa scoprire la scintilla che giace dentro di te, nel profondo, pronta a brillare.
Il mito gnostico è un po’ come una nostalgia dell’inizio del tempo, una fame di ritorno al “centro”, un desiderio di tornare a casa prima che tutto fosse diviso, frammentato, e perso in questo strano mondo. L’uomo e il mondo, secondo gli Gnostici, sono prigioni. Ma non prigioni qualsiasi, eh, prigioni dell’anima divina, della scintilla luminosa che ci fa sentire a metà tra la luce e l’oscurità.
E qui arriva il mito valentiniano, che non è esattamente una passeggiata nel parco. Parte da un “centro” perfetto, l’origine di tutto, da cui emanano delle forze, degli Eoni che si mescolano come le coppie di un ballo cosmico. Questi Eoni sono il riflesso della perfezione divina, una perfezione che si stacca però sempre più dal nostro mondo, creando una frattura tra il “centro” e la “periferia” che, alla fine, si traduce in un piccolo disastro ontologico. E come spesso succede, la perfezione si rompe, e dopo la “Summer of Love” arriva l’“Operazione Bluemoon”, la narcosi collettiva.
Poi, come in una scena da dramma greco, una delle emanazioni più basse, femminile e desiderante, spinge per raggiungere l’inconoscibile. E con il suo desiderio, scava una crepa tra il mondo superiore (il pleroma, per i gnostici) e il mondo inferiore, il nostro, che per l’occasione è il kenoma, il vuoto. E da questa frattura emerge il Demiurgo, un figuro curioso, un po’ ignorante e presuntuoso, che comincia a creare il mondo e l’uomo con l’aiuto dei suoi servitori, gli Arconti. Ma, come sempre, c’è un trucco: l’uomo riceve una scintilla divina, una particella di quella conoscenza segreta, che nessuno, nemmeno il Demiurgo, sa di avergli dato.
Ed è qui che entra in scena la visione un po’ polemica degli Gnostici verso il Dio dell’Antico Testamento. Per loro, quel Dio è il creatore di un mondo dove l’anima è prigioniera, dove la morte e la corruzione regnano sovrane; “Fight the Power” direbbero i rapper antagonisti. E quindi, in alcune correnti gnostiche, il vecchio Dio biblico diventa il male, un Demiurgo ignorante e crudele, separato dal vero Dio, che invece è un’entità trascendente e inconoscibile. Però, c’è un dettaglio: nelle tradizioni più radicali, addirittura il rovesciamento totale della narrazione biblica. Dove figure come Caino, Esaù e i malvagi di Sodoma diventano degli eroi, dei simboli di una ribellione contro l’ordine divino, che è tutto fuorché perfetto. E, ovviamente, il Serpente. Ah, il Serpente. L’incarnazione del male per il mondo cristiano, per gli Gnostici diventa il portatore di conoscenza, l’unico che ha dato all’uomo la capacità di distinguere tra bene e male, tra luce e tenebra. Un ribelle, in pratica. Eppure, questo Serpente non è solo una figura mitologica: in molte scuole gnostiche, è il fulcro di un sistema che affonda radici in un mare di tradizioni lontane, da quelle mediterranee a quelle medio-orientali. Un bel miscuglio.
Poi ci sono gli Ofiti, anche noti come Naasseni, una cricca gnostica che va alla grande con questa mitologia del Serpente, e che vede in lui il portatore di quella “gnosi” che svela il segreto dell’universo, della nostra prigione esistenziale. Per loro, la storia del peccato originale non è altro che un grande malinteso. Il peccato non è mangiare il frutto proibito, ma il fatto che Adamo ed Eva siano rimasti ignoranti, prigionieri di un Dio tiranno e demente.
E qui entriamo in un territorio affascinante, quello del Libro di Baruch, un testo che parla di un mondo dove tutto è frutto di una battaglia tra il bene e il male, tra Elohim, il Dio che ha creato il mondo, e Edem, che è la Terra, metà donna e metà animale. Una sorta di guerra cosmica in cui l’uomo diventa la vittima sacrificale, una creatura divisa, fra corpo e spirito. E mentre tutti falliscono nel tentativo di salvare l’uomo, solo Gesù riesce a separare l’anima dal corpo, a riportarla nel mondo luminoso da cui è venuta. Una redenzione, una possibilità di salvezza, ma solo per chi riesce a vedere oltre le apparenze.
Tutto questo, insomma, è un intreccio complicato di mito, filosofia e critica sociale che ruota attorno all’idea di “conoscenza” come liberazione. Liberazione dall’ignoranza, dall’oppressione, dalla prigione del corpo e del mondo materiale. Ecco, in fondo, la gnosi è questo: una continua ricerca di un ritorno all’origine, un viaggio attraverso il caos verso un equilibrio cosmico, che forse è più lontano di quanto possiamo immaginare.
La mitologia gnostica, signori, è una specie di battaglia cosmica tra il bene, che sta da una parte, tutto luccicante e ipercosmico, e il male, che sta dall’altra, goffo, ignorante e… proprio da evitare. Da un lato c’è la divinità buona, che non si fa vedere, ma sa di essere l’artefice di tutto ciò che è luminoso e astrale: gli Eoni, quelle entità splendenti che saltano da una dimensione all’altra, come palline nel flipper cosmico. Dall’altro, invece, troviamo il Demiurgo: il creatore del mondo, che non sa nemmeno cosa sta facendo, e fa di tutto per rovinare la festa, insieme agli Arconti, i suoi angeli di poco conto, che comandano la materia, quella brutta, quella che è destinata a essere maledetta.
Tutto inizia in un momento di caos cosmico, e in questo casino ci siamo noi, Adamo ed Eva, che, ovviamente, non possiamo rimanere in pace. Eva, in un impeto di fiducia cosmica, viene “contaminata” dal Demiurgo, che la macchia con i suoi figli inquietanti: uno ha la faccia d’orso, l’altro di gatto, creature geneticamente modificate. Un po’ inquietante, no? E qui comincia il giro della ruota della creazione, che non ha molto di spirituale, ma tanto di… contraffatto, come i falsi di Modigliani.
La vera storia gnostica, però, non si ferma a questa contaminazione. L’autocoscienza gnostica è un continuo tentativo di liberarsi dalla prigione della materia, quella prigione che più che una prigione sembra un enorme, pesante utero cosmico dove ogni anima è in attesa di rinascere; che sia per paura o per speranza, non importa. I testi gnostici, che sembrano arrivare da una dimensione parallela, aliena, raccontano che noi siamo come bambini nascosti in un ventre che non è più metafora, ma realtà: la tomba che si fa vita, il risveglio che è un viaggio dall’oblio verso la luce.
Un po’ come se l’uomo gnostico fosse un pesce in un oceano di inconsapevolezza, e la vera salvezza non fosse altro che una fuga dall’immensa balena che ci tiene prigionieri. È il viaggio di una coscienza che deve risalire, da un buco nero di ignoranza fino a raggiungere la tanto agognata verità. Ma non è semplice, e non basta essere “umani” per salvarsi. C’è una selezione, una divisione tra chi porta dentro una scintilla di luce e chi no: c’è chi nasce con il destino segnato, “spirituali” e destinati alla salvezza, e chi non ha nemmeno un’ombra di luce, destinato al dissolvimento. E poi ci sono quelli nel mezzo, gli “psichici”, che tentano di salvarsi… ma in modo molto più complicato, pregando e aiutando le vecchiette ad attraversare sulle strisce pedonali.
Immaginate di essere nel bel mezzo di un’opera teatrale in cui il ruolo che interpretate cambia costantemente, un giorno siete Holmes, il giorno dopo Watson. La luce è quella che sfugge dalla prigione della materia, ma è sempre in lotta con questa stessa materia che tenta di soffocarla, di mantenerla nell’oscurità. Non è un gioco, è una sfida continua, una partita a scacchi tra il bene e il male, dove la partita non si gioca sul piano della realtà fisica, ma su quello spirituale.
E in tutto questo, cosa fa il Redentore? È una figura strana, un uomo di luce, ma non uno qualunque. È colui che, in qualche modo, salva se stesso per salvare gli altri, risvegliando quella Luce che è stata imprigionata dentro di noi. Questo è il “Salvatore salvato”, il cuore pulsante del mito gnostico, che non crede nella salvezza della creazione materiale. Qui la creazione è vista come una prigione e la salvezza non è quella di un corpo che ritorna in vita, ma quella di una scintilla che sfugge dal carcere della materia.
E, alla fine, cos’è la salvezza gnostica? Una fuga. Un’ascensione che ci porta fuori dall’utero cosmico, lontano dalle grinfie dei Demiurghi e degli Arconti. Ma non è solo un viaggio individuale: è la promessa di un ritorno alla purezza originaria, alla luce che si ricongiunge con se stessa. Un po’ come un sogno che ci sveglia dal nostro incubo quotidiano e ci ricorda che esiste una dimensione di verità che ci aspetta, e che il nostro mondo, questo cosmo, è destinato a essere dissolto per fare spazio a un’epoca di luce purissima.
Ezio Albrile

